"La sanità privata, oggi" Intervista al Presidente Ettore Sansavini

Come inizia la sua attività nella sanità?
“Sono rimasto orfano di padre da piccolo e ho iniziato presto a darmi da fare per aiutare mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Fin da subito, grazie anche alla guida di mio zio, rettore di una piccola parrocchia di Forlì, ho compreso l’importanza della formazione scolastica e, sebbene non potessi concedermi troppi indugi, sono riuscito a diplomarmi prima come Analista Chimico e poi come Ragioniere alle scuole serali mentre lavoravo di giorno. Solo in età matura mi sono laureato. Sono stato un giovane molto fortunato perché ho sempre incontrato persone che mi hanno dato fiducia e proprio nel 1973, all’esordio del mio nuovo incarico come Direttore Amministrativo della Casa di Cura Villa Maria di Cotignola, ho fatto la mia prima grande scommessa su me stesso. Senza alcuna esperienza, ho comunque avuto la fiducia dei soci fondatori della struttura e poi dei dipendenti, con i quali ho combattuto fianco a fianco negli anni in cui la Casa di Cura non era convenzionata ma poteva svolgere solo attività in regime di solvenza. Furono anni duri, in cui i dipendenti hanno lavorato senza stipendio, fornendomi il loro sostegno e credendo tutti fermamente nel mio progetto di fare della struttura il primo polo della Cardiochirurgia privata in Italia.”


Un’impresa riuscita…
“Sono molto orgoglioso di questo traguardo perché, anche se non se ne parla mai abbastanza, la prima struttura ospedaliera privata italiana a fare Cardiochirurgia fu proprio Villa Maria. Già da allora ero sempre attento a studiare i casi di successo e le nuove tendenze provenienti dall’estero. Mi rivolsi proprio al modello americano di cliniche private di alta complessità per creare un tipo di struttura che assicurasse al paziente la professionalità dei più illustri specialisti a livello internazionale, coniugando comfort alberghiero per i pazienti e i loro familiari, spazi dedicati al personale operante nella struttura, altissime professionalità – che andavo a reclutare personalmente in giro per il mondo – e apparecchiature di ultimissima generazione che potessero rendere attrattiva la struttura sia per i medici che per i pazienti e le assicurazioni. È nato così il modello di sanità che ho voluto replicare in tutte le Regioni in cui in cui è attivo GVM Care&Research e anche nelle nazioni europee ed extra europee in cui sono presenti le nostre strutture. Ed è il modello a cui ancora oggi mi ispiro: portare l’eccellenza nel territorio di riferimento, basandomi su un modello di sanità universalistico in cui la qualità non sia elitaria.”


Che cosa l’ha spinta ad adottare la visione che oggi distingue GVM Care&Research, un gruppo presente in molte Regioni e all’estero?
“Il modello di rete che ho perseguito in tutti questi anni si basa sulla convinzione che l’erogazione di prestazioni sanitarie debba coniugarsi con l’esigenza di supportare i sistemi sanitari regionali nel contenimento della mobilità passiva, ovvero di quel fenomeno dei cosiddetti viaggi della speranza. In questo modo si favorisce la creazione di un’offerta sanitaria integrata con il sistema pubblico e al tempo stesso, nel caso delle strutture GVM Care&Research, si assicura al paziente una capacità erogativa che fa della complementarietà tra strutture che insistono sul medesimo territorio il proprio punto di forza. La distribuzione delle strutture GVM Care&Research, secondo un modello di rete regionale e per aree nazionali, consente di venire incontro alle esigenze del paziente sia in termini di completamento dell’offerta sanitaria sia in termini di riduzione delle liste d’attesa e degli spostamenti fuori dal territorio regionale.”


È partito da una piccola clinica, ha iniziato con la Cardiochirurgia, ha fatto il primo accordo pubblico-privato e oggi guida uno dei principali gruppi della sanità privata italiana. Come ci è riuscito? Ci sveli il suo segreto.
“Credo che il segreto sia agire con determinazione e incrollabile fiducia nel proprio progetto, trasmettendo con efficacia e sicurezza la propria visione a chi collabora con noi, indicando loro gli obiettivi da raggiungere in unità di intenti. I problemi nel fare impresa non mancano mai e ancor più in sanità, dove l’interlocutore principale è dotato di una forza contrattuale importante, unita a un potere legislativo indiscutibile. Occorre essere sempre se stessi e rammentarsi da dove si è partiti, valorizzando il proprio background come elemento di forza, come testimonianza della pervicacia con la quale ogni risultato è raggiunto ed è al contempo da superare. È importante non rinnegare mai le proprie origini perché sono proprio queste le radici di ciò che siamo oggi: sentirsi parte di un territorio, di una comunità che ha creduto e crede in te, di un milieu che ti ha consentito di crescere e al quale è giusto restituire quel debito d’onore contratto agli esordi della propria attività. Questo è stato anche il motivo che ha spinto le banche, nel corso degli anni, ad avere fiducia in me e nel mio progetto imprenditoriale, supportandomi fino ad oggi dal punto di vista finanziario. Anche a loro devo riconoscere un debito di fiducia che ha consentito al mio Gruppo la crescita a cui assistiamo oggi.”

Qual è il suo motto, la frase in cui si riconosce di più, quella che dice più spesso e quella a cui spesso si ispira?
“Non vi sono risposte impossibili da dare, ma domande ancora da formulare, soluzioni ancora da creare e spetta a noi trovare nuove angolazioni da cui osservare il problema.”

Sanità, Terme, Biomedicale, Aeroporto. Che cosa non ha ancora fatto che vorrebbe fare come imprenditore?
“Da ragazzo volevo fare o il pilota di aerei o il medico. Ho fatto il paracadutista e l’imprenditore in sanità. Forse potrei pensare, in futuro, di fare ciò che non sono ancora riuscito a fare. Facezie a parte, purtroppo, non si è ancora concluso il progetto dell’aeroporto Ridolfi di Forlì, che ritengo importante perseguire con quella determinazione e con quella convinzione di fare qualcosa di utile per il nostro territorio che ha sempre animato anche il mio amico Giuseppe Silvestrini. Faremo tutto quanto in nostro potere per assicurare alla città di Forlì e alla Romagna la riapertura dello scalo aeroportuale e auspichiamo che le Istituzioni non infrangano il sogno di tanti cittadini del territorio romagnolo.”

Ha ricevuto premi e riconoscimenti, qual è quello che l’ha più gratificata?
“Nel tempo ho ricevuto diversi riconoscimenti per l’impegno imprenditoriale pluridecennale che ha accompagnato lo sviluppo di GVM Care&Research, ma credo che il riconoscimento più importante sia quello che ricevo quotidianamente dai miei collaboratori. Di molti di loro conosco la storia, vedo la dedizione con la quale operano in azienda e l’attaccamento alla maglia. È anche grazie a loro che l’azienda è cresciuta in questi anni, perché so che dove non arrivo io ci sono loro che portano avanti una visione condivisa.”

Quali sono le sue passioni fuori dal lavoro?
“Devo confessare che la mia passione più grande è proprio il lavoro, anche fuori dall’orario di lavoro.”

Forlì è la sua città, che pensiero le dedicherebbe?
“La città di Forlì ha vissuto gli anni del boom economico, la fioritura d’imprese che hanno saputo svilupparsi passando dal modello familiare al modello manageriale. Tale determinazione ha permesso lo sviluppo dell’Università, l’auspicabile futuro avvio del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia e la riapertura dell’aeroporto che sarà un grande volano per il turismo e per tutte le attività economiche della Romagna. Oggi sono maturi i tempi per valorizzare ulteriormente le peculiarità della città di Forlì, investendo con coraggio e determinazione, a favore della crescita complessiva del territorio e delle sue infrastrutture.”

Tratto da "Ettore Sansavini. La Sanità Privata oggi secondo GVM Care & Research" di Roberta Invidia - InMagazine Premium n°2/2019

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